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Vivi Zen: 11/01/2008 - 12/01/2008

lunedì 17 novembre 2008

 

Ryszard Kapuscinski - Ritratto di uno Spirito Libero

“È per merito di una poesia, bruttina ma in compenso mia, se sono diventato giornalista. E dire che sognavo di diventare portiere della nazionale polacca.” Ryszard Kapuscinski.

Oggi voglio condividere con voi la passione per un personaggio che amo molto, purtroppo scomparso alcuni anni fa. La sua vita è stata ed è ancora oggi un modello per molti, al tempo stesso uno spunto e uno stimolo, sicuramente un inno alla vita. Chi era Ryszard Kapuscinski? Un giornalista, un viaggiatore, un antropologo? Nessuna di queste categorie riesce compiutamente ad inquadrarne la personalità, per il semplice fatto che in lui sono racchiuse ed amplificate tutte le peculiarità proprie di queste tre figure.

Kapuscinski si definiva "un traduttore, non da una lingua ad un'altra, ma da una cultura all'altra", in grado, questo lo aggiungo io, di raccontarci con passione, competenza e originalità i diversi luoghi e i numerosi popoli con cui entrò in relazione nella sua lunghissima carriera. Il tutto in ossequio sia ad una vocazione unica, trascinante ed originale, che alla concezione del ruolo del reporter come missione, come lui stesso racconta.

Perché sono scrittore? Perché tante volte ho rischiato la vita e sono stato a un passo dalla morte? Per dimostrare l’esistenza del fato? Per guadagnarmi lo stipendio? Il mio lavoro è una vocazione, una missione.… La missione è qualcosa i cui frutti esulano dalla nostra persona. Non lo si fa solo per comprarsi la macchina o per costruirsi la villa. Lo si fa per gli altri.”

Al riguardo, in Autoritratto di un reporter possiamo individuare con chiarezza le finalità che Kapuscinski attribuisce alla sua professione.

Da un lato riscontriamo un obiettivo di carattere generale, che potremmo ricondurre all'esigenza di proporre ai lettori un ventaglio di informazioni e notizie che abbiano un effettivo respiro globale e che non si limitino a trattare contesti geografici limitati, riconosciuti tradizionalmente come prioritari solo in quanto legati agli interessi e alla mentalità del mondo occidentale.

“La mia principale ambizione è di dimostrare agli europei che la nostra mentalità è quanto mai eurocentrica e che l’Europa non è il mondo intero. Che l’Europa è circondata da un’immensa e sempre crescente varietà di culture, società, religioni e civiltà”.

“Abbiamo una mentalità talmente eurocentrica, che siamo informati solo sugli eventi europei, mentre il mondo è pieno di guerre in atto da anni e che, per la coscienza del mondo, restano guerre ‘invisibili’ o ‘dimenticate’….Ritengo che parlarne sia una delle mie funzioni”.

Dall'altro lato, ponendo l'accento sul concetto di reporter come missione, Kapuscinski intendeva dar voce a quanti, per mancanza di speranza, non sanno più parlare.

“Ne parlavo anche per motivi etici, perché i poveri, di solito, stanno zitti. La miseria non piange, non ha voce. La miseria soffre, ma soffre in silenzio. La miseria non si ribella.…Dato che questa gente non riuscirà mai a ribellarsi, ci vuole qualcuno che parli per lei. E’ uno degli obblighi morali che incombono su quanti si occupano di questo infelice settore della famiglia umana, composta di nostri fratelle e sorelle. Fratelli e sorelle che, purtroppo, vivono nella miseria. Che non hanno voce”.

“Secondo me, chi viaggia e vede entrambe le facce della medaglia, ha l’obbligo di parlarne. Tre anni fa, quando partii con l’Alto commissario per i rifugiati per visitare i campi profughi alla frontiera tra il Sudan e l’Etiopia, vissi un’esperienza incredibilmente drammatica. Ci recammo nei luoghi più spaventosi che si possano immaginare. I profughi ricevevano ogni giorno tre litri di acqua (che dovevano bastare a lavarsi, cucinare, fare il bucato e bere), mezzo chilo di granturco, niente carne, niente verdure. Morivano a centinaia, a migliaia.
Tornammo ad Addis Abeba e l’indomani ripartii per Roma. Era una sera d’estate. Piazza Navona era affollata, piena di ristoranti, la gente si godeva la vita, la musica, il cibo. Ma io continuavo ad avere davanti agli occhi quello che avevo visto prima di partire. E’ un’immagine emblematica del dramma del mondo odierno. La gente di Piazza Navona non saprà mai come vivono i suoi fratelli e sorelle ad appena due o tremila chilometri di distanza.
Penso che la vita in due mondi così diversi crei l’obbligo morale di parlarne”.

Le pagine di questo testo ci trasmettono compiutamente lo spirito con cui Kapuscinski svolgeva la sua professione, le tensioni che lo animavano, la passione che lo muoveva.

“La curiosità del mondo che anima il reporter è una questione di carattere. Ci sono persone non interessate al resto del mondo: quello in cui vivono è per loro il mondo intero…Ci sono tuttavia alcune persone che, per loro natura, devono conoscere il mondo in tutta la sua varietà. Non sono numerose”.

“Il viaggio a scopo di reportage esige un surplus emotivo e molta passione. Anzi, la passione è l’unico motivo valido per compierlo”.

A tale prospettiva si lega a doppio filo il tema del viaggio, che nelle parole di Kapuscinski assume un significato intimo, esistenziale, espressione di un peculiare approccio alla vita:

“Appena mi fermo in un posto…comincio ad annoiarmi, sto male, devo ripartire. Sono molto curioso del mondo. Per tutta la vita non ho fatto altro che lamentarmi di non essere ancora stato in questo o in quel posto”.

“Esistono vari modi di viaggiare. La maggior parte della gente – le statistiche parlano addirittura del novantacinque per cento – parte per riposarsi. Vuole scendere in alberghi di lusso in riva al mare e mangiare bene, non importa se alle Canarie o alle Fiji…
Per me il viaggio più prezioso è quello del reportage, il viaggio etnografico o antropologico intrapreso per conoscere meglio il mondo, la storia, in modo da trasmettere agli altri le conoscenze acquisite”.

“Più si conosce il mondo, più ci rendiamo conto della sua inconoscibilità e sconfinatezza: non tanto in senso spaziale, ma nel senso di una ricchezza culturale troppo vasta per poter essere conosciuta…l’immensità e la ricchezza culturale del mondo sono infinite. Dopo oltre quarantacinque anni di continui viaggi, e pur conoscendo questa terra meglio di chi non ha viaggiato, sono convinto di non sapere ancora niente”.

“Quando si è in gruppi non si vede niente, perché si è distratti dal gruppo… il turismo deve essere individuale, in quanto la presenza di un accompagnatore ha un effetto dispersivo… la conoscenza del mondo richiede molta fatica. Non si tratta di un piacere, ma di uno sforzo che esige concentrazione e il desiderio di conoscere altre genti, altre culture eccetera. E’ uno sforzo possibile solo a patto di concentrarsi, e quindi di essere soli: ogni lavoro creativo richiede concentrazione e solitudine. Per scrivere poesie o dipingere quadri ci si ritira in solitudine. Se si considera alla stessa stregua la conoscenza del mondo, bisogna essere soli anche durante il viaggio”.

“Per il momento continuo a seguire il richiamo delle regioni più remote del nostro mondo. Chissà, forse un giorno, quando non avrò più la forza di andare lontano, mi volgerò verso ciò che sta a portata di mano, dietro l’angolo…”.

martedì 11 novembre 2008

 

Zen Against the War; Molto Forte, Incredibilmente Vicino -

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GIORNALISTA: Può descrivere i fatti di quella mattina?

TOMOYASU: Uscii di casa con mia figlia Masako. Lei andava al lavoro. Io a trovare un’amica. Lanciarono un allarme attacco aereo. Dissi a Masako che andavo a casa. Lei disse: “Io vado in ufficio”. Feci un po’ di lavoretti e aspettai che cessasse l’allarme.

Rassettai i letti. Riordinai l’armadio. Ripulii le finestre con uno straccio bagnato. Ci fu un lampo. Il mio primo pensiero fu che fosse il flash di una macchina fotografica. Sembra così ridicolo adesso. Mi trapassò gli occhi. La mia mente sbiancò. Tutto intorno, i vetri delle finestre tremavano. Un rumore come quando mia madre mi faceva sst per zittirmi.

Quando rinvenni, mi resi conto di non essere in piedi. Ero stato scagliata in un’altra stanza. Lo straccio era ancora nella mia mano, ma non era più bagnato. Il mio unico pensiero era trovare mia figlia. Guardai fuori dalla finestra e vidi uno dei miei vicini, in piedi, quasi nudo. La pelle gli si stava staccando da tutto il corpo. Gli penzolava dalla punta delle dita. Gli chiesi che cosa era successo. Ma era troppo esausto per rispondermi. Guardava in tutte le direzioni, posso immaginare che cercasse i suoi cari. Pensai: Devo andare. Devo andare a trovare Masako.

Mi misi le scarpe e indossai il cappuccio protettivo per gli attacchi aerei. Andai verso la stazione. Incrociai tanta, tanta gente che si allontanava dal centro. Si sentiva un odore come di calamari alla griglia. Dovevo essere sotto shock, perché le persone mi sembravano calamari sbattuti dalle onde sulla riva.

Vidi una ragazzina venire verso di me. La pelle le colava giù, si stava sciogliendo. Sembrava cera. Mormorava: “Mamma. Acqua. Mamma. Acqua”. Pensai che poteva essere Masako. Ma non era lei. Non le diedi l’acqua. Mi rincresce di non avergliela data. Ma io stavo cercando la mia Masako.

Continuai a correre fino alla stazione di Hiroshima. Era piena di gente. Alcuni erano morti. Molti erano stesi a terra. Chiamavano le loro madri e chiedevano acqua. Andai al ponte Tokiwa. Dovevo attraversarlo per arrivare all’ufficio di mia figlia.

GIORNALISTA: Vide la nuvola a forma di fungo?

TOMOYASU: No, non la vidi.

GIORNALISTA: Non vide la nuvola?

TOMOYASU: No. Stavo cercando Masako.

GIORNALISTA: Ma la nuvola era stesa sopra la città.

TOMOYASU: Cercavo mia figlia. Mi dissero che non si poteva attraversare il ponte. Pensai che forse era tornata a casa, quindi tornai indietro. Ero al tempio di Nikitsu quando dal cielo cominciò a cadere la pioggia sporca. Mi domandai cosa poteva essere.

GIORNALISTA: Può descrivermi la pioggia sporca.

TOMOYASU: La aspettai a casa. Aprii le finestre anche se non c’erano vetri. L’aspettai sveglia per tutta la notte. Ma lei non tornava. Alla mattina, verso le 6.30, arrivò il signor Ishido. Sua figlia lavorava nello stesso ufficio della mia. Chiese gridando se c’era qualcuno a casa di Masako. Uscii di corsa, urlando: Qui, da questa parte!”. Il signor Ishido si avvicinò a me e mi disse: “Svelta! Prenda dei vestiti e vada da lei. E’ sulla riva del fiume Ota”.
Incominciai a correre. Più in fretta che potevo. Quando arrivai al ponte Tokiwa, c’erano dei soldati stesi a terra. Vicino alla stazione di Hiroshima vidi altre persone a terra, morte. Quando arrivai in riva al fiume, non riuscii a distinguerli l’uno dall’altro. Continuai a cercare Masako. Sentii qualcuno che gridava: “Mamma!”. Riconobbi la voce. La trovai in condizioni spaventose. E a volte, in sogno, la rivedo ancora così. Mi disse: “Quanto tempo ci hai messo…”
Le chiesi scusa: “Ho fatto più presto che ho potuto.”
Eravamo soltanto io e lei. Non sapevo che fare. Non ero un’infermiera. Nelle sue ferite c’erano dei vermi e un liquido giallo, appiccicoso. Non sapevo che fare. Cercai di pulirla. Ma come la toccavo, si staccava la pelle. E uscivano vermi dappertutto. Non li potevo strofinare via, perché avrei tolto anche la sua pelle, e i muscoli. Li dovevo prendere fra le dita. Mi domandò cosa stavo facendo. Le risposi: “Oh, niente”. Lei fece sì con la testa. Nove ore dopo morì.

GIORNALISTA: E in quelle ore la tenne sempre fra le braccia?

TOMOYASU: Sì, la tenevo fra le braccia. Lei mi diceva: “Non voglio morire” e io: “Non morirai”. Diceva: “Prometto che non morirò prima di arrivare a casa”. Ma soffriva, e continuava a piangere e a dire: “Mamma”.

GIORNALISTA: Dev’essere difficile per lei parlare di queste cose.

TOMOYASU: Quando ho sentito che la vostra organizzazione registrava le testimonianze, ho deciso che dovevo venire. Lei è morta fra le mie braccia dicendo: “Non voglio morire”. La morte è questo. Non conta la divisa che indossano i soldati. Non conta quanto sono buone le armi. Ho pensato che se tutti avessero visto quello che io ho visto non ci sarebbero state guerre, mai più. -

sabato 8 novembre 2008

 

Fine Della Gestione Del Tempo (Tim Ferriss) -

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Solo una parola sulla gestione del tempo: dimenticatevela.

Per essere ancora più chiari, non cercate di fare di più ogni giorno, tentando di riempire in modo compulsivo ogni secondo del vostro tempo. Mi ci è voluto un po’ per capirlo.

L’essere occupati diventa spesso un pretesto per evitare le poche azioni davvero importanti ma non “confortevoli”. Le opzioni a disposizione per creare “occupazione” sono quasi illimitate: potreste riorganizzare i vostri contatti su Outlook, andare su e giù per l’ufficio chiedendo documenti di cui non avete realmente bisogno o trafficare con il vostro BlackBerry per alcune ore.

Ma esiste un’opzione decisamente migliore. Che ci crediate o no, non solo è possibile realizzare di più facendo di meno, è addirittura indispensabile. Entrate nel mondo dell’eliminazione.

Ecco qui due verità ovvie da tenere a mente:

1 - Fare bene una cosa poco importante non la rende importante.
2- Il fatto che un compito richieda molto tempo non lo rende importante.

Ricordate: quello che fate è infinitamente più importante di come lo fate. L’efficienza è importante, ma è inutile se non viene applicata alle cose giuste.

La maggior parte delle cose non fa la differenza. Essere indaffarati è una forma di pigrizia: pensiero pigro e azione indiscriminata.
Essere selettivi – fare meno – è la via per la produttività. Concentratevi sulle poche cose importanti e ignorate il resto. E’ facile rimanere sepolti da un’ondata di dettagli, e la chiave per non essere sopraffatti è ricordare che la mancanza di tempo in realtà non è altro che la mancanza di priorità. La chiave per avere più tempo è fare meno.

La semplicità richiede spietatezza. Se foste obbligati a tagliare 4/5 delle attività che assorbono il vostro tempo – email, telefonate, conversazioni, riunioni, clienti, fornitori, prodotti, servizi, ecc – che cosa eliminereste?

Domandatevi quali sono le prime tre attività che utilizzate per riempire il tempo e sentirvi produttivi. Di solito si ricorre a queste attività per rimandare azioni più importanti (spesso scomode perché c’è una possibilità di fallimento o di rifiuto). Siate onesti con voi stessi, quali sono le vostre attività stampella?

Imparate poi a chiedervi: “Se questa fosse l’unica cosa che porterò a termine oggi, sarei soddisfatto della mia giornata?” Non arrivate mai davanti all’ufficio o di fronte al vostro computer senza un elenco chiaro delle priorità. Finireste per leggere solo delle email sconnesse e strapazzarvi il cervello per tutto il giorno. Compilate il vostro elenco di cose da fare domani non più di tardi di questa sera.

Non dovrebbero mai esserci più di due questioni cruciali da affrontare ogni giorno. Mai. Non è necessario se sono realmente ad alto impatto.

Attaccate un post-it allo schermo del vostro computer con su scritto: “Sto inventandomi cose da fare per evitare quella più importante?”
Evitate il multitasking. Cercare di lavarsi i denti, parlare al telefono e rispondere alle email nello stesso tempo non funziona. Il multitasking non serve. E’ un sintomo di “iperattivismo patologico”: fare di più per sentirsi produttivi mentre in realtà si conclude di meno. Ripetiamolo: dovreste avere, al massimo, due obiettivi o compiti primari al giorno. Dedicatevi a quelli separatamente, dall’inizio alla fine, senza distrazioni. Un’attenzione divisa provocherà interruzioni più frequenti, vuoti di concentrazione e risultai complessivi più poveri.

Usate infine la legge di Parkinson: l’importanza e la complessità (percepite) di un compito aumentano in rapporto al tempo assegnato per la sua esecuzione. E’ la magia della scadenza immediata, la pressione del tempo costringe a concentrarsi e non avere altra scelta che quella di fare esclusivamente l’essenziale.

Esistono dunque due approcci sinergici all’incremento della produttività, che sono l’uno il rovescio dell’altro:

1 - Limitare i compiti all’essenziale per abbreviare il tempo di lavoro.
2 - Abbreviare il tempo di lavoro per limitare i compiti all’essenziale (legge di Parkinson).


Provate a seguire questi consigli e vedrete che vi ritroverete con un mucchio di tempo a disposizione per fare tutto quello di cui avete voglia: una passeggiata con gli amici, un gelato con vostro figlio, un corso di cinese o di cucina, o ogni altra cosa possa venirvi in mente. Il tempo è vostro, ripeto: la mancanza di tempo è solo mancanza di priorità. Stabilite le vostre priorità e agite di conseguenza. DONE

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